Cos'è il growth hacking
La community internazionale che ha dato un nome a questo mestiere, Growth Hackers, lo definisce così: "una metodologia di marketing che ha come obiettivo la crescita del business tramite un framework di sperimentazione rigoroso". Detta come la direi a te al bar: un modo ordinato di mettere alla prova le idee, una alla volta, finché trovi quelle che spostano davvero i numeri.
Dentro quella frase ci sono quattro parole che pesano. Te le smonto.
Sperimentazione. Significa che un'idea non vale niente finché non l'hai messa alla prova sul campo. "Secondo me funziona" non basta. Lo testi, guardi cosa succede, poi decidi. Mai prima.
Crescita. Qui il faro non è il brand, non è quanta gente ti conosce, non è quanto sei figo su Instagram. È quanto cresce il business in modo che si possa contare: clienti, ordini, fatturato.
Risorse limitate. Il growth hacking nasce da gente che non aveva una lira da buttare in pubblicità. Ed è proprio questo che lo rende interessante: quando hai poco budget sei costretto a usare la testa, a scegliere su cosa puntare. Niente sprechi.
Framework. Brutta parola, concetto semplice: c'è un metodo, una ricetta. Formuli un'ipotesi, la testi, misuri il risultato, decidi se tenerla o buttarla. Poi ricominci. Settimana dopo settimana. È disciplina, non ispirazione del momento.
La storia: Sean Ellis e il 2010
Luglio 2010, San Francisco. Un tale di nome Sean Ellis pubblica sul suo blog un post con un titolo che oggi suona quasi profetico: "Find a Growth Hacker for Your Startup". Trovate un growth hacker per la vostra startup. Ellis ha un problema concreto: deve assumere qualcuno per la sua nuova azienda, ma non sa come chiamare la figura che ha in mente. Non è un marketer come gli altri. Non è un product manager. È uno con un'ossessione sola in testa: far crescere i numeri.
E non parlava a vanvera. Ellis aveva già acceso il motore di Dropbox, Eventbrite, LogMeIn, Lookout. Aveva visto dal di dentro, con le mani nel cofano del motore, cosa fa girare davvero una startup e cosa invece la lascia ferma al palo. La sua intuizione fu semplice e scomoda: il marketing classico, quello dei budget grossi e delle campagne pianificate sei mesi prima, non serviva a niente per un'azienda che doveva raddoppiare i clienti ogni mese senza una lira.
Serviva un tipo strano. Mezzo marketer, mezzo che mette le mani sul prodotto, mezzo ingegnere. Una persona capace di vedere tutto il percorso del cliente dall'inizio alla fine, di leggere i dati col linguaggio dei database, di lanciare campagne a pagamento, di provare due versioni diverse di una pagina per vedere quale vende di più, di cambiare il primo accesso all'app, di costruire un sistema in cui sono i clienti stessi a portarne altri. Nel marketing tradizionale, quella figura lì semplicemente non esisteva. Bisognava inventarla.
La parola "growth hacker" piace, gira, contagia. In poco tempo diventa la figura più cercata della Silicon Valley. Poi attraversa l'oceano e arriva in Europa. In Italia ci mette qualche anno in più: sbarca davvero intorno al 2015-2016, quando Raffaele Gaito e Luca Barboni iniziano a spiegarla a chi lavora qui da noi.
Le 4 caratteristiche del growth hacking
1. Sperimentazione rapida
Pensa a un videogioco difficile, di quelli col boss finale che ti ammazza ogni volta. Come lo batti? Provi una mossa, muori, capisci cosa è andato storto, cambi approccio, riprovi. In pochi tentativi hai imparato le sue regole. Il growth hacking funziona uguale. Idea il lunedì, test online il mercoledì, numeri letti il lunedì dopo, decisione presa. Niente piani che durano un anno. Si provano idee nel giro di giorni e si impara dal campo, non dalla teoria.
2. Creatività non convenzionale
Quando non hai soldi per la pubblicità, sei costretto a trovare la strada di lato. Il growth hacker cerca leve fuori dai soliti binari: i clienti che ne portano altri, le idee che si propagano da sole, agganciarsi a piattaforme che hanno già un pubblico enorme, contenuti che girano da soli. La regola è una sola: dove non puoi spendere soldi, spendi cervello. E spesso il cervello rende più dei soldi.
3. Disciplina dei dati
Qui c'è un filosofo dell'Ottocento che ci aiuta. Schopenhauer parlava del velo di Maya: vivi credendo di vedere la realtà, e invece guardi solo ombre proiettate su una parete. Nel marketing quel velo ha un nome preciso: le metriche di vanità. I like, i follower, le visualizzazioni. Numeri che gonfiano l'ego e non muovono il conto in banca. Il growth hacking strappa via quel velo. Ogni esperimento ha un numero chiaro da guardare, una soglia decisa prima ancora di partire ("se non porta almeno X, lo butto"), una misura pulita. Senza questo, il growth hacking è solo improvvisazione raccontata bene.
4. Lavoro cross-funzionale
Il growth hacker mette le mani ovunque serva: marketing, prodotto, numeri, codice. Si rifiuta di dire "io faccio il marketing, del prodotto si occupa un altro". Perché il percorso che porta uno sconosciuto a diventare cliente affezionato è una catena: se un anello si rompe, si rompe tutto. E gli anelli stanno in reparti diversi. Chi tocca solo il suo pezzo lascia il resto della catena spezzato, e poi si chiede perché i clienti non arrivano.
Esempi famosi: Hotmail, Dropbox, Airbnb
1. Hotmail (1996): "P.S. I love you"
1996. Due tizi, Sabeer Bhatia e Jack Smith, hanno lo stesso grattacapo di chiunque lanci qualcosa senza soldi: come faccio a far conoscere una casella email gratuita se non ho una lira per la pubblicità? La trovata che li manderà sui libri di storia è di una semplicità imbarazzante. In fondo a ogni mail che un utente Hotmail spedisce, appiccicano una riga: "P.S. I love you. Get your free email at Hotmail", con tanto di link.
Pensaci un attimo. Ogni persona che usa Hotmail, ogni volta che scrive a un amico, sta facendo pubblicità senza saperlo. Quel link arriva sotto gli occhi del destinatario, che magari incuriosito si iscrive pure lui. E poi a sua volta scrive ad altri. Ogni mail diventa un cartellone pubblicitario che non costa niente. Risultato? In 18 mesi Hotmail passa da zero a 12 milioni di iscritti. Microsoft tira fuori 400 milioni di dollari e se la compra nel 1997.
La lezione che ti porti a casa: se nel tuo prodotto c'è già un gesto che le persone fanno per conto loro (mandare una mail, nel caso), trasformalo in un canale che ti porta clienti nuovi. Il lavoro lo fanno loro, gratis, senza nemmeno accorgersene.
2. Dropbox (2008): referral program a doppio incentivo
Drew Houston e Arash Ferdowsi hanno tra le mani un buon prodotto: un posto online dove tieni i tuoi file e li ritrovi su tutti i dispositivi. Il guaio è come si procuravano i clienti. Compravano pubblicità su Google e ogni nuovo iscritto gli costava più di 200 dollari. Quanto valeva quell'iscritto? 99 dollari. Cioè spendevano duecento per portarsi a casa qualcuno che ne valeva cento. Tieni a mente questo numero, perché è il numero più importante del mestiere: si chiama CAC, in pratica quanto ti costa portare a casa un cliente nuovo. Quando ti costa più di quanto vale, sei in perdita a ogni cliente. Una macchina che brucia soldi.
La mossa che ribalta tutto: invece di pagare Google, fanno pagare il regalo ai clienti stessi. Inventano un sistema in cui chi invita un amico riceve più spazio per i suoi file, e anche l'amico invitato ne riceve. Mezzo gigabyte a testa per ogni amico che si iscrive davvero. Vinci tu, vince lui. E il pulsante per invitare sta lì, ben visibile, dentro il prodotto che usi ogni giorno.
Risultato: Dropbox passa da 100.000 a 4 milioni di iscritti in 15 mesi. Quel CAC che era una zavorra crolla. E il sistema degli inviti arriva a portare il 60% di tutti i clienti nuovi. Più della metà.
La lezione: se il tuo prodotto può crescere usando la sua stessa moneta (qui lo spazio per i file), il passaparola incentivato diventa la macchina più efficiente che hai per acquisire clienti. Regali qualcosa che a te costa pochissimo e in cambio ottieni clienti che pagheresti caro altrove.
3. Airbnb (2010): integrazione con Craigslist
Airbnb è all'inizio e ha un problema da uovo e gallina. Ha qualche casa da affittare e i suoi annunci, ma non ha gente che li guarda. Dall'altra parte c'è Craigslist, una specie di gigantesco mercatino online americano, con milioni di persone che lo frequentano ogni giorno cercando case in affitto. Tanto pubblico, ma nessuno strumento decente per gestire gli affitti brevi. Due metà che si cercano.
Cosa fa Airbnb? Costruisce un meccanismo che, con un clic, prende l'annuncio di una casa e lo ripubblica in automatico anche su Craigslist. Tecnicamente è una furbata sul filo del consentito, di quelle che ti fanno storcere il naso ma funzionano alla grande.
Risultato: ogni casa su Airbnb si fa vedere anche dal fiume di gente che gira su Craigslist, senza che nessuno alzi un dito. Le prenotazioni esplodono. Alla fine Craigslist si accorge del trucco e chiude la falla, ma ormai è tardi: Airbnb ha già raccolto abbastanza utenti da camminare con le sue gambe.
La lezione: le piattaforme enormi che esistono già possono diventare il tuo canale per farti conoscere, a patto che trovi il modo di agganciarti senza farti sbattere fuori. Loro hanno costruito il pubblico, tu ci entri dalla finestra.
Il growth hacking in Italia
Da noi il growth hacking arriva con qualche anno di ritardo sull'America. Il giro di boa è il 2015-2016, quando Raffaele Gaito e Luca Barboni cominciano a raccontarlo a chi fa impresa in Italia. Oggi sono tra i nomi più riconosciuti del settore.
Nel 2026 la parola la conoscono tutti: startup, agenzie, direttori marketing. La usano nelle presentazioni, la mettono nelle slide. Ma tra il dire "facciamo growth hacking" e il farlo davvero c'è di mezzo il mare. Te lo dico da uno che vede i numeri di parecchie aziende dal di dentro: la gran parte di chi si proclama "guidato dalla crescita" misura ancora quante persone hanno visto un post e quante l'hanno cliccato. Ombre sulla parete, di nuovo. Il mestiere fatto sul serio, quello che guarda il fatturato e non gli applausi, ce l'hanno in pochi. E "in pochi" è esattamente il punto: è lì che si nasconde il tuo vantaggio.
Ci sono tre tipi di business dove in Italia, oggi, questo approccio rende particolarmente bene.
Il primo. Software in abbonamento per aziende, di quelli che ti registri da solo e inizi a usare senza un commerciale che ti accompagna. Il growth hacking è nato per loro, applicarlo è la cosa più naturale del mondo.
Il secondo. Negozi online che vendono direttamente al cliente finale: cibo, cosmetici, moda, integratori. Qui ogni passo del cliente lascia una traccia digitale, e quello che puoi misurare puoi anche migliorare.
Il terzo. Catene di punti vendita e franchising che stanno aprendo locali nuovi. Quando hai dieci, venti, cinquanta sedi, i numeri si confondono: cosa sta funzionando davvero e cosa è solo rumore? Un metodo strutturato a livelli serve esattamente a questo, a capire quale leva sta spingendo le vendite e quale invece gira a vuoto. È il terreno dove passo gran parte delle mie giornate.
Funziona ancora nel 2026?
I principi sì, eccome. I trucchetti specifici del 2010-2015, quelli no. E qui c'è da fare una distinzione che ti fa risparmiare un sacco di soldi.
Quello che allora era una novità folgorante oggi è morto o saturo. I sistemi di inviti tra amici, le idee che si propagavano da sole, l'agganciarsi alle piattaforme degli altri: erano scorciatoie geniali perché nessuno le aveva ancora battute. Adesso le piattaforme hanno chiuso le porte a doppia mandata, le persone sono stufe dei pop-up che chiedono di invitare amici, e dopo i cambiamenti di Apple sulla privacy seguire il percorso di un cliente è diventato molto più nebuloso. Il "trucco virale" che da solo ti spostava un terzo del business non esiste più. Chi lo cerca ancora sta inseguendo un fantasma.
Quello che invece funziona ancora, anzi è diventato indispensabile, è la parte noiosa. La disciplina di provare le idee con metodo. Il decidere quali esperimenti fare per primi con un sistema di punteggio invece che a naso (ne esistono di semplici: dai un voto a ogni idea per quanto può rendere, quanto sei sicuro che funzioni e quanto è facile da fare, poi parti dalle migliori). Il guardare tutto il viaggio del cliente, da quando ti scopre a quando ti consiglia agli amici, con una mappa a tappe (la chiamano AARRR). Il tenere d'occhio i numeri che contano davvero: quanto ti costa un cliente nuovo, quanto ti lascia in tutta la sua vita da cliente (il LTV), quanti clienti restano e quanti se ne vanno, e in quanti mesi rientri della spesa che hai fatto per acquisirlo. Il raggruppare i clienti per mese di arrivo per vedere chi resta e chi sparisce nel tempo (la cohort analysis). Il test in cui spegni la pubblicità in alcune zone e la lasci accesa in altre, per scoprire se le vendite arrivavano davvero dalle tue campagne o sarebbero arrivate comunque. E sì, un metodo a livelli per non perdersi.
Nel 2026 il growth hacking è diventato adulto. Meno furbate sul filo del lecito, più sistema ordinato di esperimenti. Tanto che la parola stessa sta cedendo il posto a "growth marketing", anche in Italia, soprattutto nelle aziende di media taglia che devono parlarne con soci e investitori senza l'aria da startup in garage. Cambia il nome sul biglietto da visita, la sostanza resta.
Errori comuni
1. Cercare il singolo "growth hack" magico
È la domanda che mi sento fare più spesso: "Matteo, qual è il trucco giusto per noi?". Mi dispiace deluderti, ma non esiste. Quello che esiste è un metodo per testare idee, una alla volta. Il trucco che ha fatto la fortuna di Hotmail è arrivato dopo, è il frutto del metodo, non la scorciatoia per saltarlo. Cercare l'hack magico è come voler vincere alla lotteria invece di imparare un mestiere.
2. Copiare tattiche di altri settori senza adattare
Il sistema di inviti di Dropbox funzionava perché regalare spazio per i file non costava quasi niente: un cliente in più o mille in più, il conto cambia poco. Prova a fare la stessa cosa con un ristorante, dove ogni coperto in più ha un costo vero di materia prima e di servizio. Ti si rivolta contro. La logica di fondo si può adattare a quasi tutto. La tattica copiata pari pari quasi mai.
3. Confondere creatività con improvvisazione
Il growth hacking è creativo, sì, ma dentro dei binari precisi. Tolti i binari, resta solo gente che prova cose a caso e poi le racconta bene. Lo riconosci subito, uno che lavora così: chiedigli "il test è andato bene o male?" e non saprà risponderti con sicurezza. Balbetterà. Chi ha un metodo, invece, ti dice sì o no guardando il numero.
4. Aspettarsi viralità senza prodotto virale
Hotmail aveva un prodotto che si propagava da solo: ogni mail portava il messaggio a un'altra persona. Dropbox aveva un prodotto che invitava al passaparola: regali spazio, ottieni amici. Se il tuo prodotto non ha già dentro un meccanismo che lo fa girare di bocca in bocca, nessun trucco riuscirà a renderlo virale dopo, con la bacchetta magica. La viralità non si appiccica sopra. O ce l'hai nel DNA del prodotto, o la costruisci nel prodotto. Punto.
Il growth hacking serio del 2026 ha buttato via la "h" di hack e ha tenuto la disciplina. Misurare, provare, scegliere su cosa puntare, crescere. Quello che resta è un sistema che funziona. Quello che è uscito dalla porta è la favola del trucchetto magico che risolve tutto. Quella favola lì non è mai esistita. Matteo Coloru
Domande frequenti
Cos'è il growth hacking?
Un approccio al marketing per crescita rapida con risorse limitate basato su esperimenti, creatività non convenzionale, disciplina dei dati. Nato nelle startup tech.
Chi ha inventato il termine?
Sean Ellis nel 2010, in un post di blog dove cercava una figura professionale con focus assoluto sulla crescita. Aveva già lavorato in Dropbox, Eventbrite, LogMeIn.
Quali sono gli esempi più famosi?
Hotmail con il "P.S. I love you" del 1996, Dropbox con il programma referral del 2008, Airbnb con l'integrazione Craigslist del 2010. Tre case da studiare ancora oggi per i principi.
Growth hacking è uguale al growth marketing?
Non identici. Growth hacking più experiment-oriented per startup early-stage. Growth marketing è versione più strutturata applicata a aziende con prodotto validato.
Funziona ancora nel 2026?
I principi sì. Le tattiche del 2010-2015 no (referral, viralità, integrazioni piattaforma sono saturati). La disciplina dell'esperimentazione è anzi più necessaria con CAC in salita e attribution degradata.



